SCUOLA MEDIA STATALE "GIULIANO DA SANGALLO"

Argentina - 07.5.2005 Mai più. Le madri di
Plaza de Mayo, l'emblema della lotta per la giustizia e la verità
Stella Spinelli
- Le madri di Plaza de Mayo sono diventate ormai un'istituzione, un esempio, un
simbolo. Sono l'emblema dell'amore materno che vince ogni ostacolo, non si placa, non si
arrende. Sono la forza, la costanza, la pazienza di lottare, combattere, chiedere
giustizia. Sono le mamme dei desaparecidos, di quella moltitudine di ragazzi scomparsi
nelle fauci della dittatura, sequestrati, arrestati, mai processati, svaniti. Nel nulla.
- Quel che è certo è comunque che non sono scomparsi dalla vita di tutte quelle
madri che da decenni pretendono la verità, vogliono giustizia, chiedono la fine
dell'impunità. E lo fanno urlando al mondo il loro dramma, mostrando instancabili le foto
dei loro figli, gridando in faccia a tutti che i desaparecidos hanno un volto, un nome,
una dignità che va loro restituita. Sono tante, unite, organizzate. E andranno avanti.
- Ormai sono un'istituzione, dunque, con un proprio peso sociale e per molti versi
anche politico, ma la loro storia è una parabola da non dimenticare. Quando nel '76 si
instaura la dittatura in Argentina erano già iniziate le desapariciones. Sporadicamente,
in due anni, erano spariti già 600 uomini. E 600 madri già piangevano, attendendo
fiduciose che tornassero a casa, prima o poi. Ma con la dittatura i desaparecidos
centuplicarono in poco tempo. Specialmente a Buenos Aires. E le madri non rimasero più in
casa ad aspettare. Iniziò dunque un pellegrinaggio spontaneo agli uffici di polizia,
nelle carceri, al ministero degli Interni, nelle chiese. Donne determinate chiedevano
notizie dei propri figli, ogni giorno.
- Ogni giorno le stesse donne incrociavano i loro sguardi, si riconoscevano, si
confortavano. A qualcuna venne in mente di trasferire quel loro pellegrinaggio in una
della piazze principali, la più in vista, quella che ospita la Casa Rosada e la
Cattedrale, quella dei poteri forti. Ci andarono un giovedì. Era maggio. E là sentirono
di essere nel posto giusto, e là restarono.
- "Negli altri luoghi del potere c'erano sempre scrivanie che impedivano il
contatto diretto con l'interlocutore, c'era sempre la burocrazia che complicava tutto - ha
spiegato Hebe de Bonafini, presidente dell'Associazione Madres Playa de Mayo. - In piazza
invece no. In piazza tutte eravamo uguali. A tutte avevano sequestrato il figlio, tutte
stavamo passando lo stesso dramma, tutte eravamo andate negli stessi luoghi. Fu come se
nessuna distanza e nessuna differenza ci diversificasse. Per questo ci sentimmo bene. Per
questo la piazza ci raggruppò. Per questo la piazza ci consolidò".
- E da lì, porta a porta, le madri andarono in cerca di altre madri. E il gruppo
crebbe, si rafforzò. E nacquero le prime azioni congiunte, inizialmente del tutto
spontanee, poi sempre più programmate, mirate. Iniziarono le marce. Marce sul posto, da
non scambiare con le ronde. "La ronda è girare intorno a qualcosa - ha sempre
precisato la presidente - mentre noi camminavamo per qualcosa, verso qualcosa. Marciavamo
per la verità. Per la giustizia".
- E da quel giovedì di maggio di quasi trent' anni fa, la voce delle madri non ha
mai cessato. E anzi si è moltiplicata, purtroppo alimentata da altri sequestri, altre
mamme addolorate, altre donne che pretendono giustizia. E adesso il loro obiettivo è
ancora più grande: "Pretendiamo che il nostro popolo continui a organizzarsi -
precisa Hebe - che le associazioni di base crescano e si rafforzino, in ogni quartiere, in
ogni angolo. Auspichiamo che l'effervescenza avvertita negli anni 70 torni nell'animo del
nostro popolo, che vediamo stanco, depresso, ma che sappiamo pronto a scendere in piazza
appena punzecchiato. Noi Madres continueremo a lottare per la vita del nostro popolo. Per
il nostro popolo e con il nostro popolo. L'intento è arrivare a ottenere quella cultura,
quell'educazione popolare che ci permetta di ottenere un governo che sia realmente il
rappresentante di ciò che noi chiediamo, e non come adesso che stiamo solo votando, senza
che a noi sia veramente possibile essere eletti. Un giorno lo avremo questo governo, che
con giustizia condannerà gli assassini che ci hanno fatto vivere tanto orrore in questi
anni. Questo è quanto vogliamo. Niente più".